In crescita l’esigenza di una supply chain sostenibile
L’ultimo report di CDP, organizzazione fra le più autorevoli a occuparsi di trasparenza e divulgazione di dati ambientali a livello corporate, ha rivelato una crescita del 24% nelle imprese che richiedono ai propri fornitori informazioni dettagliate e misurabili sulle loro prestazioni ambientali.
La ricerca, che si estende su scala globale e ha coinvolto oltre 1500 fornitori di diversi settori e dimensioni, traccia uno scenario che conferma e rafforza un trend già esistente, ovvero l’importanza sempre più rilevante della capacità di un fornitore di condividere dati legati alla sostenibilità.
Pur variando inevitabilmente in base al settore di appartenenza, le informazioni più richieste dalle aziende riguardano impatti, rischi e strategie dei fornitori sul cambiamento climatico, sottoforma di carbon footprint e Life Cycle Assessment, ma risultano in crescita anche le analisi di impatto su risorse idriche e deforestazione.
Come rilevato da CDP, questi dati rappresentano un parametro sempre più impattante sulle decisioni legate alla supply chain e sullo sviluppo e consolidamento delle relazioni con i fornitori da parte delle aziende acquisitrici.
Secondo Dexter Galvin, direttore globale CDP per la supply chain: “Con emissioni della supply chain in media 5,5 volte superiori alle emissioni dirette di un’azienda, la dinamica acquirente-fornitore determinerà se la nostra economia potrà raggiungere il net-zero entro il 2050″, obbiettivo principale delle nuove policy europee in materia di sostenibilità.
Non si tratta dunque solo di rimanere competitivi
Conoscere e comprendere la sostenibilità significa poter anticipare i cambiamenti normativi e politici, identificare e affrontare i rischi legati alla rapida evoluzione del mercato e trarre vantaggio da nuove opportunità.
In linea con le strategie in materia di sostenibilità già messe in atto dai grandi player e con le politiche dell’Unione Europea (ulteriormente rafforzate dal recente European Green Deal), le aziende fornitrici non possono più rimandare strategie ecologiche e di contenimento dell’impatto ambientale che siano credibili e misurabili.
Autore: Dott. Matteo Cossutta, Specialista Carbon footprinting, life cycle assessment & circular economy
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Il futuro sostenibile è possibile, ma solo come progetto comune, intendendo la sostenibilità in un’accezione sistemica che coinvolge direttamente lo sviluppo ambientale, sociale ed economico, quella che viene anche detta Strategia 3p Profit, People, Planet.
L’impresa abile, diventa abilitante della sostenibilità che pone al centro la persona e il suo benessere per la buona performance dell’organizzazione, con la consapevolezza dell’importanza che fare rete tra imprese, istituzioni e società civile va oltre le finalità e i ruoli di ognuno.

L’Innovazione non è soltanto quella tecnologica, quella digitale o la conquista della tecnica. Essa dovrebbe partire dal desiderio di innovare prima di tutto noi stessi, animati dal desiderio sincero e forte di servire l’uomo, producendo qualcosa di buono e di bello. Tale sentimento è mosso dall’Etica e dalla consapevolezza di essere parte di un insieme, chiedendosi costantemente come migliorarlo.
Quando il sentimento di miglioramento è limitato a se stessi, la capacità innovativa risulta minore.
“Definiamo innovazione sociale le nuove idee (prodotti, servizi e modelli di business) che soddisfano dei bisogni sociali in modo più efficace delle alternative esistenti, e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altri termini si tratta di innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa.” (R. Murray, J. Caulier Grice e G. Mulgan)
L’adozione di principi di sostenibilità nel governo d’impresa e la conseguente rendicontazione annuale
delle performance, nei Bilanci di Sostenibilità, rappresentano un elemento distintivo delle aziende che
compiono tale scelta. Esse intraprendono un percorso virtuoso in continuo divenire formalizzando i
valori di riferimento (codice etico e carta valori), politiche e strumenti di gestione (sistemi di gestione
certificati, politiche ambientali), misurazione delle performance 3P Profit, People, Planet. Tutto ciò è
possibile ed efficacemente realizzabile attraverso l’ascolto degli stakeholder e la corretta identificazione delle tematiche materiali che legano e connettono l’Impresa con l’Ambiente e la Società.
Parlare quindi di Responsabilità sociale d’impresa come l’integrazione volontaria di preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle operazioni commerciali non basta più. Un’impresa diventa sostenibile quando integra le implicazioni di natura etica negli obiettivi economici, sociali e ambientali, che interdipendenti tra loro contribuiscono a soddisfare le aspettative più ampie della società.
Sabrina Brescacin, Specialista Sostenibilità Ambientale e Responsabilità Sociale di Impresa
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Il primo HidraLab GIOVEDI 13/02/2020 ore 17.00 presso il Polo Tecnologico di Pordenone.
SOSTENIBILITA’ IN AZIONE: casi pratici di eccellenza logistica
Parleremo di casi pratici e metodologie operative per efficientare i costi della logistica, massimizzando il livello di servizio al cliente. Un aiuto concreto a diventare un’ IMPRESA ABILE.
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Il futuro non è più quello di una volta.
Così sosteneva il poeta e filosofo Paul Valery nei primi del 900. E come non essere d’accordo, basta fermarsi ad analizzare come sono cambiate le abitudini di acquisto dei consumatori dagli anni 80 ad oggi per capire che le logiche di pianificazione e di gestione delle aziende devono continuamente evolversi per rimanere al passo coi tempi e con le diverse richieste provenienti dal mercato.
Dall’attenzione alla qualità di prodotti realizzati in larga scala degli anni 80 si è arrivati all’ ecostenibilità di prodotti customizzati, ovvero realizzati su specifiche richieste del consumatore nel rispetto di più variabili: le funzionalità di uso, la rispondenza al gusto ed alle specifiche di stile e design dell’utilizzatore, il rispetto e l’ottimizzazione delle risorse ambientali.
Ma quante aziende hanno realmente percepito il radicale cambiamento di rotta in corso?
Quanti sono in grado di leggere i segnali provenienti dall’ambiente ( non solo ecosistema naturale) che stanno chiedendo a voce sempre più alta un radicale cambiamento delle logiche di governo dell’economia e, conseguentemente di gestione aziendale, a prescindere dalla dimensione e dalla localizzazione geografica dell’impresa?
Si parla di innovazione e digitalizzazione dei processi pensando che un “super computer” possa risolvere problemi organizzativi e produttivi che nessuno è stato in grado di risolvere negli anni.
Si parla di sostenibilità pensando che basti fare la raccolta dei rifiuti differenziata (dove si fa) o acquistare un’auto ibrida per salvare il pianeta.
Ovviamente tutto ciò è necessario ma non è sufficiente.
Il vero pilastro dell’innovazione e della sostenibilità sono le PERSONE.
Senza le persone non ci sarebbero le idee innovative, agevolate e rese più efficienti dalla disponibilità di informazioni elaborate da “super computer” e realizzate da macchinari sempre “più connessi alla rete”.
Senza le persone, senza la loro intelligenza e senso di responsabilità non ci sarà più il pianeta tra qualche decina d’anni.
Oggi un’azienda che vuole continuare ad essere protagonista nel proprio mercato ha una sola via, quella dello Sviluppo Sostenibile, ovvero una strategia di sviluppo che focalizza l’attenzione e massimizza tre variabili contemporaneamente: le Persone e la società, il Pianeta, e così facendo realizza un PROFITTO di lungo termine. Questa è la base di quella che viene chiamata Strategia delle 3 P Profit, People, Planet, un modello di sviluppo che soddisfacendo le esigenze delle persone che vivono in una società a contatto con le risorse ambientali, genera valore duraturo per se stessa e per la comunità.
“Una società sana ha bisogno di imprese di successo poiché nessun programma sociale può competere con l’operato del business quando si tratta di creare lavoro, salute e innovazione che migliori gli standard di vita e le condizioni sociali nel tempo”
M.Porter 2011
Questo modello di sviluppo, che mette assieme Innovazione e Sostenibilità, sta sempre più prendendo piede anche sulla scia dei movimenti ambientalistici mondiali. Le statistiche danno ragione alla teoria di Porter, fonti Istat 2019 riportano che le aziende che investono in strategie di sviluppo sostenibile crescono mediamente del 15% all’anno, così come ricerche di Fondazione Nord est riportano che le nuove generazioni di consumatori sono disposte a pagare di più, prodotti e servizi a basso impatto ambientale ed alto contenuto di sostenibilità.
Hidra società benefit, attua programmi di efficientamento dei processi aziendali (sia produttivi che di ufficio) e iniziative di supporto alla ri-progettazione della propria strategia di prodotto e di comunicazione ispirandosi ai principi della Sviluppo Sostenibile delle 3 P.
Ci piace sottolineare la capacità di accompagnare le Aziende sul “cosa e sul come” fare impresa in modo sostenibile comunicando agli stakeholder, attraverso il report di sostenibilità, la modalità con cui hanno creato valore. Per fare tutto ciò ci avvaliamo, oltre che della nostra esperienza interfunzionale maturata negli anni, di strumenti di analisi ed elaborazione dei dati 4.0, di collaborazioni con eccellenze del nostro territorio: Isia Roma Design sede di Pordenone (un ente universitario specializzato in design industriale), il Polo Tecnologico di Pordenone, l’Università di Trieste Facoltà di Ingegneria (dove sono docente a contratto dal 2016), NordPas 14000 srl, società esperta nell’implementazione di sistemi di gestione integrata.
Autore: Dott. Francesco Lagonigro, fondatore HIDRA SB
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L’AZIENDA ITALIANA NELLA SFIDA DELLA COMPLESSITA’: il ruolo del DESIGN come fattore strategico di competitività e immagine nel paese e nel mondo
1 A metà degli anni novanta sulle pagine della rivista Stileindustria, Augusto Morello (1) scriveva: “Ieri era più facile progettare che produrre, oggi è più facile produrre che progettare.“
Ed io vorrei aggiungere due cose: una, che la cultura diffusa del design aveva ormai metabolizzato l’irruzione dell’elettronica nell’oggetto, e che dopo aver subìto la prima ondata di invasione della metà degli anni 80, con questa si era confrontato tutto sommato con umiltà e pazienza. Due: che eravamo ancora lontani dal vortice dell’innovazione digitale dirompente, della seconda età delle macchine (2) quella del tempo esponenziale, dell’automazione spinta e della fabbrica interconnessa, ma lui aveva ovviamente già intercettato il gene della globalizzazione e che il declino del postmodernismo ci consegnava comunque due palinsesti; uno tecnico di processo in cui gli stampi in pressofusione di alluminio consentivano libertà formali audaci mai viste prima, ed un altro invece più carente che riguardava la comprensione e la maturazione dei mutamenti sociali allora in corso e poi sempre in crescendo, come ad es la tendenza alla molecolarizzazione sia del sociale che del sapere che agiva, e tuttora agisce, sulle tipologie di categorizzazione e comprensione della società. Senza contare che la caduta del muro di Berlino andava a segnare un bench mark epocale che, aprendo alla globalizzazione ha prodotto enormi risvolti nella sfera economica al pari di un terremoto. Dunque due palinsesti con cui sapevamo bene il come ma non sapevamo bene il cosa.
2 A maggior ragione oggi, in sistemi industriali complessi e maturi come il nostro, la possibilità di emergere nella durissima arena della competizione globale non nasce, o non nasce più, dalla capacità di dominare ed attenuare il peso complessivo della macchina produttiva materiale: tasse, costi manodopera, costi materie prime, processi, adempimenti, iter e procedure: fattori ovviamente da sempre degni della massima attenzione, ma soprattutto sta nel saper potenziare e valorizzare gli aspetti immateriali del prodotto, altri valori collegati alla sfera progettuale ed immaginativa in grado di produrre prima del prodotto stesso, una visione affidabile di quegli scenari possibilmente sistemici da cui estrapolare i nuovi spazi, i nuovi oggetti, i nuovi prodotti ed i nuovi media del terzo millennio, onde sostenere affrontare e magari anche vincere la sfida di una competizione a scala mondiale.
Mi riferisco alla potenzialità che i contenuti culturali hanno di muovere, e addirittura generare, grossissimi investimenti. Sappiamo che “Nell’economia del XXI secolo la produzione dei contenuti è diventata la vera materia prima che genera valore economico” (3), cosa che nel nostro settore avviene quasi solo attraverso il design. O meglio un progetto di contenuti che diventano tali attraverso la sfera della significazione. Certamente bisogna intendersi circa il significato di questa parola, ma ne parleremo a lungo. Tuttavia il nocciolo del problema resta comunque la capacità di innalzare il ruolo complessivo della macchina progettuale, sia in termini effettivi che di percezione dall’esterno e perciò per l’azienda italiana sarà bene dotarsi anche di un valido e sapiente sistema di comunicazione.
3 Per fare questo è ora che il sistema industriale italiano la pianti con il design inesorabilmente “già visto” o che “tutti sanno fare, ma che noi facciamo meglio”, che abbandoni il meccanismo del re-design o dell’ironia o dei presunti prodotti sicuri, abbondantemente consunto e ritorni a parlare apertamente di innovazione, concetto questo che motiva e giustifica gli investimenti necessari per un progetto autentico di design, senza il quale tutto sembra appiccicato e posticcio e il prodotto torna ad essere debole e in rapida obsolescenza, insomma, alla fine molto presto si rivela velleitario. In tal senso il circuito industriale italiano a dispetto della gloriosa tradizione del made in Italy, etichetta conquistata, cosa che spesso si dimentica, con dura fatica, non fa bella mostra di sé esibendo oggi un materialismo spicciolo interessato quasi solo al denaro, degno di un famoso racconto di Verga. Sembra proprio che figli e nipoti di Olivetti e Zanussi abbiano un orizzonte imprenditoriale ridotto. Da “la Repubblica” di alcuni anni fa si legge che i manager europei leggono 30-35 libri l’anno contro i 3-4 dei manager nostrani. Non è un mistero che oggi in particolare in Italia la parola cultura non gode di molta considerazione. “il 60 per cento circa degli italiani non legge libri, e negli ultimi sei anni si sono persi 3 milioni e 300 mila lettori; il problema è particolarmente serio tra i più giovani. E la statistica non è clemente nemmeno con la classe dirigente. Secondo dati della Associazione italiana editori, il 43 per cento della categoria “dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, quadri direttivi” non legge nemmeno un libro all’anno”. Da “il Foglio” 5 gennaio 2018. Senza considerare che il nostro investimento in ricerca è notevolmente inferiore alla media europea. Dal “Sole 24 ore” del 30 agosto 2017: l’Italia è terz’ultima in Europa.
4 Miriamo alla eccellenza, miriamo ad essere una punta di diamante ma senza occuparci del diamante, e pensiamo ingenuamente che lo possiamo essere.
Certo, non sono dati che illustrano un ecosistema culturale degno di questo nome, quanto piuttosto un paese in mano ai video giochi e agli sms, e questo purtroppo capita anche ai piani alti della società. Questo purtroppo accade nel paese di Balla, Marinetti, Terragni, Meucci, Fermi, Munari, Ferrari, Castiglioni ed Eco, e proprio in quell’ambito di cultura materiale che dovrebbe essere non solo la nostra gloria nazionale ma grazie alla quale dovremmo e potremmo continuare a conquistare mercati in tutto il mondo. Siamo avvolti in una nube di amnesia culturale, come se Piero della Francesca, avesse dimenticato le regole della Prospettiva e Galileo fosse diventato incompetente in fatto di Astronomia. Tutto ciò in realtà si può cambiare accettando con coraggio la sfida della qualità, reale, percepita, e narrata, dei prodotti e dei servizi che siamo in grado di proporre, produrre e vendere. Ma queste qualità, questi nuovi significati non provengono per forza, benché oggi sia spettacolare, dalla sfera tecnica, sfera mirabolante ma di cui tutti possono disporre a piacimento essendo l’arco delle tecnologie contemporanee ampiamente accessibile a tutti i produttori del mondo, ma da quella capace di cogliere e poi interpretare il punto di equilibrio, fra le tecnologie oggi per lo più digitali e gli scenari applicativi che dipendono dalla lettura della mutazione dei comportamenti sociologici e che a loro volta dipendono dalle tecnologie solo in parte. Ci stiamo incaponendo sempre sul come ma sappiamo sempre molto poco sul cosa. Ormai cominciamo a sapere abbastanza sul 4.0 ma non sappiamo nulla su come abiteremo domani, come mangeremo domani, come saranno le scuole dei nostri figli, e come ci cureremo.
5 Contenuti che invece sono agganciati alla capacità di saper restituire passaggi epocali a partire da una società fatta di grossi blocchi fra cui primeggia l’istituto della famiglia, le cosiddetta Società a Continente, verso una società che va frammentandosi sempre più, detta Società ad Arcipelago ( da: Scuola italiana della Comunicazione 1997 ) in cui emerge sempre più chiaramente il concetto di persona, di diversità e di individuo, e che evidenzia una grande molecolarità (4) all’interno del corpo sociale. Una società labirintica dominata da Internet e dalla Interconnessione digitale, fatta sempre più di nicchie, di piccoli gruppi e nuove “tribù” metropolitane. Compriamo un trolley all’anno ma non compriamo una poltrona da secoli. Si comincia a delineare il perché della ricerca incessante già da tempo evidenziata, sui dati e sulle informazioni, i famosi Big Data.
Attenzione, non ho detto che la via del design sia quella che garantisce sempre e comunque i maggiori profitti o le maggiori certezze di business, in verità non è sempre chiaro, sappiamo che il successo commerciale è sempre frutto di una matematica piuttosto complessa molto collegata anche alle variazioni di contesti lontani da noi.
6 Ma sicuramente il design è l’aspetto della cultura industriale che più di tutte genera identità e rappresentatività
Ossia due fattori chiave su cui il mondo imprenditoriale globale combatte sempre più aspramente. Si sente spesso dire in tema di incapacità di valorizzare le proprie bellezze “che cosa avrebbero fatto gli americani se avessero avuto la Fontana di Trevi o il Colosseo !!! ‘’
Molto probabilmente l’avrebbero distrutte dentro un tripudio commerciale di Mc Donald’s o Coca Cola. Però una cosa è sicura, e cioè che l’italia interpreta il passato come cosa veramente morta e non come cosa che può interessare il presente, figuriamoci il futuro, e questo è il paradigma erroneo che segna il de profundis dei nostri Beni Culturali, per cui abbiamo Pavarotti ( e lo abbiamo solo noi ) e lo mettiamo nel coro perché costa meno. Forse sono troppo severo ma in realtà rende bene l’idea.
In effetti sarebbe più saggio e intelligente impegnare delle sfide là dove abbiamo già dei vantaggi di posizione. Al di là del successo individuale di questa o quella singola azienda, quello che in Italia sfugge o non si capisce a pieno è la forza dei sistemi, e il sistema paese è quello che manda il segnale più potente di affidabilità generale dei propri elementi singoli. La matrice sistemica sbaglia raramente, e se essa è eccellente tutto ciò che proviene da lei, lo sarà altrettanto. Ovviamente il legame causale è valido anche a rovescio, nel negativo, nella superficialità, nell’ignoranza, e nell’incapacità di percepire il Tempo e il suo Cambiamento. Certo, in favore della categoria degli imprenditori italiani non si può omettere che si imbattono sempre in governi piuttosto attardati spesso muti, in tema di politiche industriali per non parlare sulla ben nota parsimonia in tema di investimenti e potenziamenti. La classe politica italiana vanta un primato non molto glorioso proprio sulle sfere chiave del futuro: Formazione e Produzione con un tasso di investimento inferiore a tutti gli altri paesi industrializzati, in questo caso non possiamo pretendere dagli industriali di sostituirsi ai governi e fare da soli quello che di norma si richiede ad uno stato.
I governi francesi dal 76 al 96 hanno dato vita e sostenuto il programma, VIA (5), di promozione del design, e in particolare investendo sul futuro in grosse proporzioni, e che ha dato i suoi ottimi frutti lanciando molti giovani designer di talento sotto i trent’anni e che grazie a questo sono diventati quasi tutti grandi star con ricadute immaginabili sul sistema arredo e di conseguenza sul PIL francese. Ho conosciuto personalmente molte scuole ed università francesi di design e l’intervento benevolo dello stato in tutti i settori culturale, logistico, tecnologico, amministrativo di internazionalizzazione o perfino di forniture è visibile in modo impressionante. Ossia lo stato ti mette nella migliore condizione possibile di operare, poi il resto, la differenza, tocca a noi.
7 Ma cosa è Design ? Cosa si intende con questa parola?
Per design intendo uno “Spazio mentale e reale” in cui attraverso delle metodologie piuttosto articolate e avanzate si conferisce un significato antropologico-culturale alle cose al di là del meccanismo funzionale, al di là del prezzo, e si applica financo ai singoli gesti e rituali dei componenti le funzioni stesse. E’ un progetto culturale di natura semiologica e linguistica che si raccoglie sotto la denominazione di “progetto per la cultura materiale/immateriale” inserito nell’oggetto o nei sistemi di oggetti e che fa si che nel mentre si risolve un determinato bisogno, questo spazio mentale “racconti” un qualcosa che non è presente in altri oggetti prodotti da altre culture, ma che rimane nella memoria degli utenti, che segni una tappa nella nostra civilizzazione e nella nostra memoria, in definitiva che segni un qualcosa che rende il nostro ambiente artificiale uno scenario di dignità e di civiltà, cosa che non tutti sanno produrre, e non un mero circuito alimentare e vegetale, cosa che invece è alla portata di tutti.
Viene da chiedersi come hanno fatto nazioni come la Corea del Sud, la Nuova Zelanda, la Croazia e la Lapponia a primeggiare nel design internazionale contemporaneo quando sappiamo che si tratta di regioni del mondo per lo più estranee sino a ieri a qualunque mappatura della modernità industriale e che con la parola design avevano intrattenuto solo sporadiche relazioni in due secoli di civilizzazione industriale. La risposta è: credendo in una visione e investendo molto su questa!
In questo quadro il design diventa una componente strategica ineludibile per il successo di un’azienda specie se manifatturiera. Personalmente mi pongo lo scopo di offrire al management aziendale degli strumenti avanzati per completare ed arricchire il proprio know-how attraverso una corretta conoscenza e una adeguata consapevolezza del ruolo che oggi ricopre il progetto di design nella costruzione di una nuova catena del valore, in particolare in un mondo industriale in radicale mutazione, ossia nell’era della fabbrica automatizzata e globale.
8 E’ risaputo che più le tecnologie semplificano processi e produzioni industriali più si moltiplicano le opportunità e gli spazi per una progettazione creativa attraverso il design. Più le fabbriche assomigliano ad un ufficio e più gli asset intangibili devono assumere il timone. Tuttavia benché quest’ultimo rappresenti comunque un grande fattore trainante dell’export, nel nostro paese il design stenta ad acquisire presso il mondo imprenditoriale la dovuta considerazione ed una conseguente collocazione nella cultura d’impresa.
In Italia ci è particolarmente difficile vedere il design come elemento di sistema quanto piuttosto come elemento estetico-genialoide esterno al sistema, fatto da qualcuno, per l’appunto, geniale. Così la percezione del design resta nel mistero avvolta da un manto impenetrabile, affidata alla fortuna. Oltretutto la conoscenza scientifica prodotta nella ricerca è prevalentemente una ricerca di base, dunque si tratta di know-how collocato in prevalenza all’inizio del percorso dell’innovazione difficilmente interfacciabile con le peculiarità del nostro sistema PMI, non sempre utilizzabile direttamente dalle aziende. Una corretta conoscenza nel campo del design invece permette sia tempi di sviluppo più gestibili dalle aziende che maggiori probabilità di ottenere dei risultati tangibili.
9 Riagganciandomi al punto 4 è perciò fondamentale chiarirsi su cosa sia e cosa sia diventato effettivamente il design, ieri industrial design, oggi solo design. Questa distinzione è doverosa a aiuta molto ma complica almeno altrettanto. Vedremo presto perché.
Uno degli errori più frequenti praticato in ambito industriale sta nella convinzione che il design sia una componente finale e aggiuntiva di un prodotto, generata attraverso un elemento più o meno estetizzante. Una sorta di cosmetico ad un qualcosa ( prodotto industriale) che in realtà “esiste già” e che anzi addirittura “funziona già”. Dunque una equazione molto diffusa, ma anche molto confusa, ossia ingegneria più scultura, ingegneria più estetica.
In realtà il design è un grande strumento organizzativo, dotato delle due valenze cognitiva ed espressiva della cultura in generale, capace di orientare un processo produttivo verso molteplici direzioni. Questo mio contributo vuole sopperire a questa dannosa banalizzazione che accanto ad altri luoghi comuni appesantisce e ritarda la capacità competitiva del nostro sistema paese.
10 E’ oramai ineludibile che le aziende comincino a inserire al proprio interno figure manageriali più sensibili, capaci di produrre un brief veramente percorribile, di condurre una intermediazione corretta fra il mondo della progettazione e il mondo dei processi tipici del business e del management. Per questo plaudo alla iniziativa di HIDRA SB, Strategia, Processi, Valori che sembra porsi gli stessi problemi in modo aperto, senza pregiudizi e con sincero spirito di ricerca. In fondo le nostre aziende devono fare una rivoluzione non indifferente passando dalla filosofia di “piccolo è bello” praticamente al suo opposto. E non dico di sostituire radicalmente i due mondi in modo shoccante ma almeno di integrare, forse non con uno shock d’urto ma nemmeno perdendo tempo, paradigmi molto diversi fra loro con capacità metriche molto diverse, avere il coraggio di scegliere e agire, è arcinoto che “ il rimedio sbagliato è peggio della malattia ”.E’ opinione universalmente diffusa e condivisa che senza innovazione siamo destinati a rimanere al palo in una società mondiale che corre a gran velocità. Ecco perché l’azione di consulenza mirata e reticolare di HIDRA SB è a mio avviso adeguata ai tempi ed è percepita sempre più correttamente. Perciò accanto allo scopo che ho di natura formativa sta anche quello di stimolare, mi auguro anche con loro, una mentalità innovativa indicando il potere delle idee e della progettazione, non a caso oggi al vertice della scena produttiva stanno le cosiddette “industrie culturali creative” ICC. Il contributo del design nella formazione delle start up, è senza dubbio molto rilevante, e sto preparando un ciclo di conferenze e seminari sulla formazione nel Design e su dove trovarla, per capire con precisione come entrare in contatto col mondo del design, e dei molti tipi di design, con la sua comunità e associazioni, senza dover necessariamente affrontare un tirocinio, spesso e volentieri iniziatico, elitario, lungo e confuso.
Autore: Prof arch. Giuseppe Marinelli De Marco
Note
1 – Augusto Morello, Torino, 1928 – 2002
Teorico del design formatosi nel campo della chimica industriale, dirigente d’azienda con Olivetti e La Rinascente, vivo promotore del design italiano, ha diretto la rivista “Stileindustria” e ricoperto diversi ruoli istituzionali tra cui quello di Presidente della Triennale di Milano e dell’Adi ( l’Associazione per il disegno industriale) dell’ICSID, Ass. Internazionale del Design, e dell’ISIA di Roma. Un caro amico.
2 – La nuova rivoluzione delle macchine ed. Feltrinelli – di Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee
In uno dei libri più esplosivi del 2014, in cima a tutte le classifiche di vendita americane e adorato e discusso dai più importanti accademici e imprenditori, i due economisti del MIT Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee sostengono che è arrivato il momento di una nuova rivoluzione, questa volta non per meccanizzare il lavoro manuale, ma quello mentale. Mentre le macchine di Google che si guidano da sole macinano migliaia di chilometri per le strade della California e in ogni tasca c’è quello che dieci anni fa sarebbe stato un supercomputer, si comincia a intravedere dove porterà la convergenza digitale di hardware sempre più veloci e meno costosi e software sempre più sofisticati e adattabili. In questo libro è sviscerato anche il concetto di tempo esponenziale.
3 – Pier Luigi Sacco ( prof IULM e Cà Foscari ) è un economista, specializzato in economia della cultura, sviluppo territoriale, industria creativa e politiche culturali Ha contribuito allo studio e teorizzazione del distretto culturale evoluto. Collabora con istituzioni, amministrazioni e comunità locali italiane e internazionali sullo sviluppo locale basato sulla valorizzazione della cultura e l’industria creativa (è stato membro della commissione che ha prodotto il Libro bianco sulla creatività italiana)
4 – “L‘età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale ” Gino Roncaglia, Ed. Laterza
Gino Roncaglia prof. esperto ed autorevole di didattica del web ragiona sulla brevità e frammentazione dei contenuti digitali su internet e sulla necessità di lavorare sulla gestione di contenuti complessi e strutturati, proprio al fine di sfruttare al meglio e rendere il più immediatamente fruibile possibile la grande massa di informazioni e contenuti disponibili in rete, in particolare nell’ottica dell’insegnamento e quindi dell’apprendimento in ambito scolastico.
5 – Raffaella Mangiarotti; poca competitività senza promozione in “ Disegnato in Italia ” Hoepli 2009,
VIA: Valorisation de l’Innovation dans l’Amebleument, in oltre 25 anni di esistenza il VIA finanzia la prototipazione mettendo in contatto tutti i soggetti del processo; aziende scuole designer ingegneri banche etc ha finanziato più di 300 progetti di ricerca ed oltre 60 borse di studio
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Un’azienda può essere considerata sostenibile se crea valore nel lungo termine per tutti gli stakeholder coinvolti nella propria attività. Questa visione si discosta dal concetto di creazione di valore secondo la quale l’azienda deve creare valore per i propri azionisti (o soci), approccio che ha caratterizzato le teorie economico aziendalistiche degli anni ‘80, ‘90 e 2000. Secondo la “nuova” visione, stakeholder sono tutte le categorie di soggetti che interagiscono con l’Azienda aspettandosi un ritorno oggettivo di valore e quindi: Collaboratori, Clienti, Fornitori, Enti Finanziari, Comunità locali, Stato, Ambiente e … Azionisti.
L’impulso più recente alla diffusione del concetto di sviluppo sostenibile si è avuto grazie all’introduzione del principio della Corporate Social Responsibility (CSR), in virtù della quale le aziende hanno delle responsabilità sociali, oltre a quelle di massimizzazione del profitto a vantaggio degli azionisti; da qui l’allargamento dei soggetti ai quali si rivolge l’azione imprenditoriale. Nell’ambito dell’accounting, vengono proposti modelli per la rendicontazione (per lo più volontaria) che rappresentino gli impatti dell’azione aziendale sui temi sociali ed ambientali, integrando la prospettiva di rendicontazione economico-finanziaria con quella Ambientale e Sociale.
In questa logica si è iniziato a parlare di Strategia delle 3P ovvero, una strategia aziendale che massimizzi tre distinte direttrici: il Profitto, le Persone ed il Pianeta. Massimizzare le tre direttrici significa garantire una strategia di sviluppo che metta al centro tutte e tre le P contemporaneamente, in altri termini una strategia di sviluppo sostenibile.
L’azienda sostenibile quindi non è semplicemente un buon cittadino (ad esempio perché investe rilevanti risorse in attività di sostegno al volontariato) ma è un buon capitalista. Inoltre, se la CSR è generalmente interpretata come il risultato di pressioni esterne, da parte della società e degli stakeholder, la sostenibilità invece deriva da un processo di evoluzione interno, che ridisegna la missione e la strategia dell’azienda ed il suo modo di comunicare coi diversi portatori di interesse, non solo clienti, fornitori e banche.
Se poi consideriamo che negli ultimi anni si è registrato un notevole ed esponenziale aumento delle persone e consumatori che accedono e scambiano informazioni utilizzando la rete ed i social media, non possiamo trascurare il fatto che sui social media i comportamenti e le scelte strategiche operate dalle aziende sono costantemente valutate da clienti attuali e potenziali di tutto il mondo.
Ora più che mai, le aziende si trovano ad affrontare una pressione competitiva per integrare nuove idee e voci nel proprio operato, dimostrando le ricadute che le proprie azioni hanno verso la comunità di riferimento.
In questo contesto, le controversie sulle operazioni aziendali, così come le azioni positive possono essere amplificate dalle organizzazioni della società civile internazionale o anche da singoli cittadini, aumentandone la visibiltà e l’impatto sulla reputazione e sui profitti aziendali.
Ecco perché parlando di Sostenibilità focalizziamo l’attenzione su nuovi modelli di business che fanno dell’efficienza nell’uso delle risorse, a tutti i livelli (economico, finanziario, umano, ambientale) una precisa strategia aziendale che ha lo scopo di creare profitto ( e quindi valore per gli Azionisti) e, al contempo benessere per i propri collaboratori, per la società in cui operano in termini di difesa delle disuguaglianze e inclusione rispetto all’ambiente.
Questi sono gli obiettivi che ci siamo dati come team di professionisti quando abbiamo sposato il progetto Hidra Strategia, Processi, Valori, costituendo appunto la società in forma di Società Benefit, per avere “scritto nel DNA” della società la nostra Mission: accompagnare imprenditori e aziende verso una crescita sostenibile attraverso l’uso efficiente delle risorse in armonia col territorio.
Autore: Dott. Francesco Lagonigro, fondatore HIDRA SB
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L’antifragilità è una competenza che oggi più che mai va coltivata e sviluppata
Di antifragilità si sente parlare ancora poco. Quando parliamo di modelli organizzativi, le parole che da sempre siamo abituati ad utilizzare sono “robusto” o “fragile”, da qualche anno avvicinate alla stra-abusata definizione di resilienza.
Ma esattamente che cosa significa essere un’organizzazione robusta o fragile o resiliente?
Sicuramente il momento che stiamo vivendo sta mettendo a dura prova il nostro sistema industriale e produttivo, e forse oggi per la prima volta ci troviamo seriamente costretti a dover rivedere in maniera strutturata tutte queste terminologie.
Se ripenso al tessuto imprenditoriale e a quello che è stato il percorso dal 2008 ad oggi, credo che sia abbastanza chiaro il concetto di fragilità, e risiede in tutte quelle aziende, che, deboli dal punto di vista finanziario e soprattutto strategico, non sono riuscite a sostenere tutti i contraccolpi e le richieste sempre maggiori di flessibilità a cui il mondo globalizzato sempre di più c’ha sottoposto.
Quando pensiamo al concetto di fragilità, il primo esempio che ci viene in mente è quello del bicchiere di cristallo, bellissimo e unico, ma estremamente delicato che, a volte, solo asciugandolo, si spezza.
Pensando invece al concetto di “robusto” lo ritroviamo in quelle aziende che, al contrario, sono riuscite ad affrontare questo decennio abbondante grazie a basi solide e appunto robuste.
Il concetto di robusto può essere ritrovato ad esempio nella trave del tetto di casa mia, forte e solida, sostiene un gran peso e resiste a sollecitazioni esterne; ma sono veramente sicura che nessun evento potrà abbatterla?
Ecco allora che il Covid-19 ci sta dimostrando che robusto e fragile non sono due concetti alla fine così contrapposti perché un qualcosa di robusto può diventare anche fragile, dipende dallo stress al quale è sottoposto.
E quindi non è così scontato che le aziende forti finanziariamente, molto organizzate internamente e strutturate nei propri processi siano quelle che stanno traendo beneficio, piuttosto che minor perdita dal momento che stiamo vivendo.
Qualsiasi organizzazione, grande o piccola che sia, è di fatto fragile quando non è in grado di supportare le sollecitazioni esterne che la possono colpire e che sono di 4 diverse tipologie: sociale, economico, culturale e legislativo.
Tutti i teorici stanno dicendo che terminata la pandemia dovremo in maniera resiliente adattarci a tutte le conseguenze che questa lascerà e capire come affrontare il cambiamento che già appare chiaro e che colpirà tutte e 4 le sfere precedentemente elencate.
Stiamo affrontando una vera e propria crisi globale e dire che dietro ogni crisi è nascosta un’opportunità mi sembra un pò troppo semplicistico: provate voi parlare a qualsiasi imprenditore, manager, impiegato, operaio, insegnante o educatore, e dirgli: “Su, stai tranquillo, vedrai che chiusa una porta si aprirà un portone!”. Io non lo biasimerei se la sua reazione fosse quella di chiudervi il telefono in faccia (anche perché siamo in quarantena e la porta non può).
La parola crisi significa “scelta” e dietro ogni scelta vi è sicuramente una possibile opportunità di miglioramento ma è anche certo che vi può essere un pericolo: d’altra parte il vecchio proverbio dei nostri nonni “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non quel che trova” ha accompagnato le nostre infanzia facendo crescere in noi tutta una serie di resistenze al cambiamento che poi unite ad uno dei nostri obiettivi primari (la sopravvivenza) fan si che di fronte ad eventi nuovi ed incontrollabili, la nostra prima reazione sia quella della paura.
Quindi per prima cosa rassicuriamoci su questo! Se le prime mattine abbiamo cercato invano la tutina del supereroe che ci porta fuori da questo disastro, se siamo quindi passati alla ricerca su Google di qualche pozione magica per poi limitarci a capire chi ci può portare a casa la spesa, non preoccupatevi, la reazione è naturale.
Certo questo non ci giustifica nel continuare a passare le giornate sul divano in compagnia dell’amico Netflix, anzi.
Dobbiamo sfruttare questo tempo per lavorare su una competenza che da oggi è fondamentale: l’antifragilità!
E giustamente qualcuno mi può chiedere: ma la resilienza non va più di moda?
In realtà essere resilienti significa lavorare sulla nostra elasticità, sul “mi piego ma non mi spezzo” mentre l’antifragilità è il passetto in più, perché mentre sviluppando la resilienza una volta superato il temporale l’organizzazione torna uguale a com’era prima del fatto, con l’antifragilità non solo non vengo danneggiato dalle perturbazioni e dallo stress ma addirittura miglioro, ovvero compio quello che Taleb definisce come “la capacità di prosperare nel disordine”.
Quello che attualmente stiamo facendo è la risposta robusta ad un forte stress: in qualche modo stiamo reagendo e andiamo avanti. Ma un oggetto robusto (e resiliente) per definizione torna al suo stato iniziale una volta terminata la sollecitazione esterna.
È evidente invece che essere Smart significa invertire totalmente il paradigma, passando da un concetto di ore lavorate ad uno di risultati prodotti e questo è un percorso lungo, dove più funzioni aziendali sono coinvolte nella costruzione di un nuovo modello di Business.
L’antifragilità delle nostre aziende la valuteremo qui, quando tra un anno vedremo quante hanno sfruttato questa “prova” per cambiare il loro modo di lavorare, introducendo magari il vero Smart Working.
Infatti per l’antifragilità occorre andare a lavorare di anticipo, perché tanto più io imparo a sviluppare un pensiero critico, una capacità di lettura del contesto, tanto più riesco a lavorare coi miei collaboratori passando da una modalità di controllo ad una di delega, sostenendo un approccio collaborativo e di dialogo aperto, entrando nell’ottica di un pensiero volto al miglioramento continuo che altro non è che la vera chiave dell’antifragilità.
Vi voglio portare un esempio reale di come lo stesso servizio può essere effettuato con due approcci completamente diversi.
In questo periodo di quarantena, come immagino la maggior parte di voi, ho cercato di individuare nel mio territorio delle strutture che potessero portarmi i beni di prima necessità a casa.
L’antifragilità è apparsa in maniera evidente parlando con Antonella e Giulia, due imprenditrici che gestiscono due differenti imprese agricole: entrambe oggi effettuano la consegna a domicilio ma con due modalità completamente diverse:
Le differenze nei due approcci sono notevoli ma, poiché da sempre sono incuriosita da questo famoso Capitale Umano, ho iniziato a farmi qualche domanda perché da una parte il caos di Giulia nell’evadere gli ordini mi sembrava abbastanza scontato rispetto alla tipologia di impresa e all’emergenza che ovviamente non era prevedibile. Ciò che mi stupiva era Antonella (anche se conoscendo il suo approccio imprenditoriale non poi così tanto) e quindi parlando con lei le sue parole sono state: “Sai, questa crisi per noi è stata una grandissima opportunità ma non ti nascondo che da qualche mese stavamo cercando di capire come sopravvivere contro il colosso della GDO e quindi abbiamo iniziato ad osservare cosa succedeva in giro, di cosa avevano bisogno i nostri clienti, e come stava cambiando il mondo con lo svilupparsi di piccole aziende che fanno degli abbonamenti dove settimanalmente ti arriva a casa il menù che decidi. Avevamo quindi iniziato a pensare ad un servizio a domicilio; certo ora siamo partiti di corsa ma sempre di corsa ci stiamo testando per poi potervi fornire un servizio eccellente che continuerà a domicilio anche quando tutto sarà finito”.
Questo è il senso dell’antifragilità: osservare il contesto, comprendere le necessità latenti, sviluppare delle modalità nuove di comunicazione dove il digitale va a braccetto con l’analogico, porsi sempre delle domande mettendosi in discussione, allenarsi nel gestire il proprio stress, sviluppare la propria creatività che ci aiuterà quando, qualora ci trovassimo ad affrontare una nuova e diversa tempesta, questa non ci coglierà impreparati bensì consapevoli che dal caos non solo ci rialzeremo, ma ci rialzeremo migliori di prima perché, come disse Bukowsky “Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato”.
Monica Bortoli, Consulente e Formatrice, esperta nello Sviluppo Risorse Umane HIDRA SB